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LA VITA CHE CORRE

LA VITA CHE CORRE
a cura di Silvia Battazza e Marina Cocozza

 

ENZO DECARO: “QUELLA STANZA VUOTA”

“Quando uno perde la moglie si dice che rimane  vedovo, chi perde i genitori è orfano. Ma quando si perde un figlio non c’è un solo termine del  vocabolario che possa descrivere qual è il dolore. Inquantificabile”. Enzo Decaro interpreta il professor Vittorio Renzi nella fiction di Rai1 “La vita che corre”, la miniserie sulle stragi del sabato sera. Troppo spesso – spiega l’attore - le vittime sono giovani come Luca e Andrea, i figli del professor Renzi”.

Quando Andrea muore nell’incidente che risparmia Luca, come reagisce nella fiction il tuo personaggio?
Come tutti quelli che non sono preparati a un lutto improvviso, a un evento che ti squaderna. Non ci si può abituare da un giorno all’altro, ma neanche da un anno all’altro. E così il professor Renzi decide di “occuparsi” di questo suo dolore devastante che diventa una vera e propria ossessione. Crolla un equilibrio, insomma.

Quanto sei rimasto coinvolto emotivamente?
Molto. Mi è rimasta la consapevolezza che ci sono delle cose a cui non bisogna mai abituarsi, come gli affetti. Non si deve per forza “passare un guaio” per dire a un figlio “ti voglio bene”, oppure “come stai?”

Qual è la scena che ti è rimasta dentro?
Quella stanza vuota, dove non c’è più casino. E poi quando ricevo la comunicazione di quello che è successo: una realtà che non posso accettare. Vado in tilt totale, nel panico puro. Mi trovo nell’incapacità di dare qualunque risposta, dentro di me, a una notizia che sembra non debba mai entrare a far parte della tua vita. Anche se lo sai bene quali sono i numeri dei ragazzi che muoiono sulle strade: un bollettino di guerra. Se però con questo film riusciamo a salvare una sola vita, allora vuol dire che abbiamo lanciato davvero un bel messaggio.

Messaggio che fa parte di un discorso di prevenzione
Già. La prevenzione è necessaria. Se è fatta bene, serve a dare una scossa. In Inghilterra, ad esempio, fa parte di un programma educativo a cominciare dai bambini delle scuole elementari con l’obiettivo di far conoscere i pericoli. Si utilizzano, per le campagne di sensibilizzazione,  anche filmati choc in modo che, da  adolescenti, abbiano consapevolezza di quali rischi possano correre. Capisco che questo lavoro richiede tempi lunghi, ma non ci si può certo abituare a questa cronaca di lutti.

E il ruolo della famiglia?
E’ importantissimo. Non dobbiamo far diventare i nostri figli degli sconosciuti. Se si alzano dei muri, l’importante è non arrendersi. Devono essere i genitori a fare il primo passo verso il dialogo. E, quando proprio non ci si riesce, bisogna almeno provare ad ascoltare.

Tu che padre sei?
I miei figli sono ormai grandi. Sono stato sempre rispettoso della loro vita, rimanendo però molto vigile. Non mi piace il ruolo di genitore-amico, preferisco quello di genitore-coach, una sorta di allenatore.   

E il professor Renzi?
E’ un personaggio che ho amato molto, soprattutto nel suo modo di scoprire questo figlio che ha perso troppo presto senza esserselo goduto abbastanza. Un figlio che forse non ha mai conosciuto bene. Intenerisce il suo modo di frugare tra i quaderni per scoprire tracce, indizi. Vuole capire chi è davvero il suo Andrea fino ad infilarsi in situazioni complicate, difficili, accecato da un’ansia emotiva, dal rimorso per ciò che ha perso definitivamente, per una situazione che ormai non  è più riparabile. E diventa detective, vuole capire, vuole sapere, anche se è troppo tardi.

Sei vicino ai giovani con la tua attività di docente di “Scrittura creativa” all’Università di Salerno. Cosa ti chiedono gli studenti?
Mi trasmettono soprattutto le loro idee. Hanno voglia di scrivere e, insieme, decidiamo cosa e come. Ho una grande stima dei giovani. Abbiamo davanti una bellissima generazione anche di giovani attori.

Recentemente hai recitato con Massimo Ranieri in “Questi fantasmi”, il terzo appuntamento del ciclo “La tv che si fa teatro”, dedicato a Eduardo De Filippo.
Un’esperienza di cui sono orgoglioso. Prossimamente “Sabato domenica e lunedi” chiuderà il ciclo su Rai1 che Massimo ha voluto dedicare al Maestro. Per me la grandezza di Eduardo è infinita, gli riconosco un’attualità pazzesca di drammaturgo.

E su Rai1 tornerai presto nella quarta serie di “Provaci ancora prof”, dove sei il marito di Veronica Pivetti. Un  ruolo, quello di marito, per te ricorrente…
Questa cosa mi inquieta un po’! E’ da qualche tempo, infatti, che vorrei fare la moglie. Garantisco che vi stupirei.

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BARBARA DE ROSSI: “VEDRO’ LA FICTION CON MIA FIGLIA”

Barbara De Rossi ne “La vita che corre” è Francesca, la madre  di Luca e Andrea: una famiglia come tante, “finché il dolore – afferma l’attrice – non sopraggiunge, freddo, come la lama di un coltello”. E aggiunge: “Un’esperienza simile l’ho vissuta molto da vicino, quando una mia collaboratrice perse il figlio di vent’anni in circostanze analoghe”.

Questa fiction è molto realistica
Sicuramente. Nella storia che raccontiamo non c’è neanche il tempo di renderti conto di quanto grave sia successo mentre ti stanno dando una notizia così devastante, perché arriva subito lo stordimento. L’impatto più duro è quando ti rendi conto di non aver capito i veri problemi veri dei tuoi figli, quando ti chiedi se li conosci davvero i tuoi figli, nonostante tu li veda tutti i giorni. E ti ripeti: in che cosa ho sbagliato? La perdita di un figlio, per i genitori, rappresenta la paura quotidiana, quella più grande.

Per Francesca, la madre che tu interpreti, è consolatorio avere un altro figlio?
Due figli sono due persone diverse. Certo, ti consola che non li hai persi tutti e due, che te ne resta uno. Ma la perdita dell’altro è un disastro senza precedenti.

Che donna è la tua Francesca?
E’ una  donna abituata a lavorare. Lo fa in ospedale, quindi vive ogni giorno a contatto con la sofferenza.  Francesca subisce questo lutto  e le rimane lo stupore di non avere saputo quasi nulla di chi fosse realmente suo figlio.

La tragedia che colpisce la famiglia Renzi avvicina i due genitori?
No, almeno non subito. Francesca ne rimane lacerata. Non riesce a giustificare il continuo cercare del marito nelle cose di Andrea: le sembra un saccheggio, una mancanza di fiducia, di rispetto nei confronti di quel ragazzo che non c’è più, che non potrà più spiegare nulla di sé. Francesca e Vittorio Renzi vivono il lutto in maniera diversa e per questo si allontaneranno. Solo più tardi, quando avranno metabolizzato il dolore, cominceranno a ritrovarsi. E’ chiaro che nulla sarà  come prima.

Che cosa manca nelle famiglie di oggi?
Soprattutto il dialogo. Bisogna parlare di più con i figli. Non dobbiamo dimenticare che le tragedie possono colpire tutti e il dramma non è solo di chi muore, ma anche di chi rimane.

Tu sei madre. Questa storia ha toccato le corde del tuo cuore?
Profondamente. Ho una figlia di 16 anni che per ora non frequenta le discoteche e non so per quanto tempo ancora ciò accadrà. Di una cosa però sono certa: vedrò la fiction con lei, servirà ad entrambe. Oggi i genitori devono essere molto attenti e cogliere qualsiasi segnale che possa nascondere il minimo disagio dei loro ragazzi.

 

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