RAI1: PETROLIO

Dark Fashion

04/05/2017 - 23:35

Per l’economia italiana l’industria della moda vale 62 miliardi di euro, il 4% del PIL, ma il libero mercato propone nella stessa vetrina un miscuglio difficile da distinguere: il vero Made in Italy, il “Made in Italy” prodotto in Asia e i prodotti asiatici d’importazione. Il problema non è solo di etichette, ma anche di salute e di salvaguardia dell’ambiente. Cosa c’è davvero dietro al mondo della moda? Che cosa sappiamo degli abiti che indossiamo? Fino a che punto possiamo fidarci dei marchi?
Petrolio - il programma di approfondimento condotto da Duilio Giammaria, che torna a partire dal 4 maggio tutti i giovedì alle 23.35 su Rai1 - segue il “filo” dei tessuti, dalla loro nascita fino al momento in cui diventano capi d’abbigliamento pronti per essere acquistati.
In Europa esistono regole sull’utilizzo delle sostanze impiegate nella produzione degli indumenti, ma non ci sono normative stringenti sui capi di importazione, e così nei nostri negozi si trova di tutto, anche abiti tossici: l’8% delle patologie dermatologiche europee - dice il Rapex, il sistema comunitario di allerta rapido per i prodotti non alimentari - è causato dalle sostanze chimiche rilasciate dagli abiti che indossiamo e anche in Italia i casi di allergia cutanea grave si moltiplicano.
Petrolio è andato alla Fashion Week di Milano per capire con gli stilisti dei più prestigiosi marchi italiani quanto costa il Made in Italy oggi e quali sono le conseguenze sulle nostre produzioni della “fast fashion” la cosiddetta moda veloce, un fenomeno che ha rivoluzionato il mercato dove la domanda mondiale di fibre cresce a un tasso più alto di quello della popolazione globale.
Cos’è rimasto delle produzioni italiane? Resiste solo chi punta sui prodotti dell’alta gamma, i distretti della lana e della seta, sempre più orientati alla clientela di lusso e sui tessuti sintetici “4.0”, la nuova frontiera del tessile italiano: la tecnologia è andata così avanti che è riuscita e creare tessuti con applicazioni impensabili fino a qualche anno fa, aprendo nuovi mercati, dagli iper-tecnici per sportivi e atleti alle tute spaziali. Ma il problema della guerra dei prezzi resta una minaccia, così come la necessità di delocalizzare per risparmiare. La “moda veloce” continua a spostarsi verso quei paesi che promettono mano d’opera a basso costo, come il Bangladesh, il secondo polo di produzione del fast fashion, ma a Dacca, la capitale mondiale della produzione di capi d’abbigliamento, le condizioni di lavoro hanno prodotto vere e proprie stragi con fabbriche crollate e centinaia di morti.
E tuttavia, a sorpresa, una risposta sta nascendo proprio dai paesi in via di sviluppo: l’Etiopia permette l’ingresso solo agli stabilimenti sostenibili, innovativi e responsabili. Chi garantisce tutto questo ha diritto ai finanziamenti statali, chi non è in grado resta fuori.